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12 March 2012 @ 11:17 pm
Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo | Sherlock/John  
Titolo: Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo
Autore: rosie_posie77
Fandom: Sherlock (BBC)
Pairing: Sherlock/John
Genere: fluff, slash
Rating: G
Note: scritta per l'iniziativa 1K di Sherlock Fest Italia. Il titolo è un prompt di L'arte del drabble.
EFP link: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=985295&i=1



Partiamo o restiamo?

Sherlock prende per l'ennesima volta in mano il cellulare, facendo scorrere velocemente il pollice sulla tastiera per esaminare il menu dei messaggi.

-Sì!-, esclama.

Partiamo

Mi alzo.

Di nuovo il pollice su e giù. Poi, di nuovo per l'ennesima volta, ripone il cellulare sul tavolo della cucina.

-No...

Restiamo

Mi risiedo, appoggio il gomito destro sul tavolo, sostenendomi delicatamente la testa con la mano. Sospiro.

-Sembra che Lestrade sia stato nuovamente trattenuto e sarà qui da noi a breve...

Il mio coinquilino allaccia le mani dietro alla schiena e inizia a camminare lentamente per la stanza, dandomi le spalle. Il mio sguardo cade sulle mani, così lunghe e affusolate, così ben fatte... così sexy. Scuoto la testa. È divertente scoprire quali scherzi può fare la tua mente quando le ore di sonno iniziano a scarseggiare. Una volta, almeno, crollavo distrutto dal sonno nei luoghi più impensati; ora mi ritrovo a fare pensieri improponibili sul mio amico. Assurdo...

-Quanto "a breve"?-, domando, per tirarmi fuori da quella situazione in cui mi stavo andando a cacciare da solo con la mia stessa mente.

Sherlock non risponde, preferendo ignorarmi. Cosa che accade di frequente, a mio malgrado.
-Sherl?-, sollecito io.
-Un'oretta...almeno...

Faccio per alzarmi, quasi spazientendomi. Poi mi risiedo. Dopotutto, non era colpa del mio amico se Lestrade ci aveva svegliati alle 5 di quella mattina con l'apparente urgenza di chi aveva un'impellente necessità di ricevere un immediato consiglio per un caso di pressante Priorità 1. O forse sì, dopotutto, visto che era lui in realtà quello pressante nei confronti di Lestrade affinché venisse consultato per qualsiasi cosa potesse trascinarlo fuori dai meandri della noiosa e ordinaria quotidianità.

Guardo l'orologio. Sono appena le sette. Quell'ora di cui parlava Sherlock avrebbe anche potuto significare non prima delle nove.

-OK, allora...-, inizio, passandomi una mano tra i capelli. -Che cosa vuoi fare nell'attesa? Torniamo a letto?

Sherlock si volta di colpo, osservandomi dritto negli occhi con la sua solita aria indagatrice, piegando le labbra in un sorrisetto appena trattenuto. Come un lampo, mi passa davanti agli occhi ciò che il mio amico aveva compreso, intuito... Volevo dire travisato!

-Intendo... tu nella mia camera e io nella tua...

Mi sto incartando da solo.

-Volevo dire... ognuno nella propria, ovviamente...

Il suo sorrisetto è ancora lì, non vuole proprio andarsene. E i suoi occhi sono ancora incollati ai miei.

-Magari non sarebbe male, provare qualche volta…-, butta lì lui.

-Cosa? Scambiarsi le camere da letto?-, chiedo io di rimando, facendo finta di non capire. Deglutisco nervosamente. Mi piace quando Sherlock mi sorprende; mi sorprende sempre, per essere sinceri, ma questa volta mi fa anche paura.

-Non capisco dove tu voglia andare a parare…

-Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo.

Così, mi ritrovo non so come a ricordare una piscina poco illuminata, l’acqua nella vasca leggermente increspata, lo sguardo di uno psicopatico che vuole farci saltare in aria perché vuole giocare un po’ con noi e Sherlock che mi strappa i vestiti di dosso. Sono solo piccoli frammenti di memoria, a cui mi sono aggrappato sin da quella sera affinché ogni attimo rimanesse incollato nella mia mente, per rivivere ancora una volta la sensazione delle mani di Sherlock sul mio corpo e i brividi, non solo di paura, che avevo provato.

-Vedo che ci sei arrivato!

A volte ho l’impressione che il mio amico, tra le svariate qualità, abbia anche il dono di leggere nel pensiero.

-Non credo che sarebbe male avere per una volta l’opportunità di comprendere da vicino cosa ci trovi la gente di così interessante nelle attività di accoppiamento fisico.

Spalanco la bocca e rimango a guardarlo come un salame. Un po’ stupito dalla sua peculiare scelta di vocaboli per definire fare sesso e alquanto esterrefatto da come abbia scelto me come consulente in materia.

-Puoi chiudere la bocca adesso-, mi esorta Sherlock.

-Sì, beh…-, farfuglio, accavallando nervosamente le gambe e iniziando a osservare intensamente la punta delle scarpe, sperando che mi diano una mano. –Vuoi…vuoi che ti spieghi a grande linee come funziona la cosa?

Sherlock sbuffa e guarda in alto, spazientendosi, quasi come se non fossi riuscito a dedurre vita, morte e miracoli di una persona osservando una sua scarpa.

-Ovviamente no. La teoria non mi interessa. Pensavo piuttosto di dar seguito nella pratica a quella fantasia che poc’anzi ti stava passando per la mente…

Se prima avevo dei dubbi sull’abilità di Sherlock di leggere nella mente, ora è definitivamente confermata.

-Se la cosa non ti disturba troppo.

Scuoto la testa con finta noncuranza.

-No, no. Nessun disturbo-, replico, cercando di apparire disinteressato come se mi avesse appena chiesto di mostrargli come si cucina uno Yorkshire pudding, mentre invece dentro di me le mie budella si stanno contorcendo sotto il peso di una tonnellata d’ansia mescolata a una buona dose di desiderio.

-Anche volendo, non potrei chiederlo a nessun altro-, dice. Prende una sedia e si accomoda vicino a me. La sua voce si è fatta più dolce. –Ritengo personalmente che si trattino di attività che richiedono un’impressionante dose di fiducia riposta nel partner. E io, lo sai bene, mi fido ciecamente solo di te.

Un complimento? Probabilmente non ce ne saranno altri fino al prossimo Natale. Avvampo. Sento caldo, molto caldo, esattamente come sentivo una volta in piena estate ai tropici, mentre invece qui a Londra siamo solo a febbraio. La mia gola è secca, molto secca, come se fosse rimasta disidratata sotto l'azione di un virus influenzale. E il mio respiro, beh, non so esattamente da quanti minuti è che ho dimenticato come si faccia a respirare.

-OK, allora… Un’oretta, hai detto?

-Almeno.

Le punte delle scarpe sembrano aver perso il loro interesse e trovo il coraggio di alzare lo sguardo.

-Hai ancora quel paio di manette?